Dal Vulcano al Lago: due giorni tra Amiata e Trasimeno, il reportage del progetto | GIORNI VERDI

GIORNI VERDI - Dal Vulcano al Lago: due giorni tra Amiata e Trasimeno, il reportage del progetto 

Centoventicinque tra studentesse e studenti delle classi del Liceo Artistico Statale Franco Russoli di Pisa, accompagnati dai professori curricolari e di sostegno (Michele Barbieri, Monica Battaglini, Silvia Cossu, Antonio Dimida, Luca Grassini, Caterina Matteoli, Silvia Matini, Tiziana Paggetti, Claudia Pierotti, Enrico Roverani, Giovanni Spadaro ed il sottoscritto Marco Taverni) hanno percorso in due giorni un itinerario che è insieme escursione, lezione di Scienze della Terra ed Ecologia, nonché immersione nella storia millenaria del Centro Italia.

Il vulcano addormentato e le sue acque

La prima tappa è Vivo d'Orcia, frazione a circa 900 metri di quota sul versante nord-orientale del Monte Amiata. Già il nome tradisce la sua natura: il torrente Vivo nasce qui, da sorgenti perenni che scaturiscono alla base di un antico vulcano spento da circa 180 000 anni. A tradire la sua storia geologica ci pensano le rocce: affiorano ovunque lungo il sentiero blocchi e pareti di trachite, una roccia magmatica effusiva ricca di silice e feldspati alcalini, che racconta la composizione chimica del magma originario.

Il Monte Amiata ha un’età geologica compresa tra 300 000 e 180 000 anni fa e appartiene alla linea vulcanica tosco-laziale generata dal progressivo assottigliamento della crosta continentale durante la fase distensiva che ha interessato il Tirreno a partire dal Miocene. La sua eredità geotermica è tuttora visibile: le acque meteoriche che si infiltrano nel sottosuolo vengono riscaldate dal calore residuo magmatico e riaffiorano, arricchite di anidride carbonica, solfuro di idrogeno e carbonato di calcio, sotto forma di sorgenti termali.

“Lungo il sentiero abbiamo capito che il paesaggio che vediamo non è semplicemente “bello”: è il risultato di milioni di anni di storia geologica e di secoli di relazione tra l’uomo e la terra”.

Nel pomeriggio del primo giorno, a Bagni San Filippo, con gli studenti abbiamo osservato le cascate bianche del Fosso Bianco, dove le acque termali depositano strati di travertino con una velocità sorprendente, costruendo sculture calcaree che sembrano sospese tra il naturale e il fantastico. Una breve sosta con un bagno rigenerante è stata il premio perfetto dopo sei ore di cammino.

Il bosco come enciclopedia vivente

L’escursione ad anello da Vivo d’Orcia, anche guidata da una guida escursionista montana dell’Associazione Km Inverso, ha attraversato tre ambienti forestali di straordinario valore ecologico, leggibili come i capitoli di un libro scritto dalla natura.

Il primo è il castagneto da frutto: ogni pianta porta i segni della cura umana secolare. Il castagno (Castanea sativa) è stato per secoli la “farina dei poveri” dell’Appennino. Lungo il percorso sono stati incontrati ruderi di antichi mulini, segni eloquenti di come l’energia idrica dell’Amiata abbia alimentato per secoli un’economia locale vivace. 

Sosta obbligata, nel cuore del bosco, alla Chiesetta di San Benedetto nascosta tra i faggi, testimonianza della presenza stabile e capillare dei monaci benedettini in questi boschi fin dal Medioevo. Non un monastero, ma un avamposto di solitudine volontaria dove uno o pochi eremiti cercavano il silenzio assoluto della foresta, il grado più estremo della regola benedettina.

Immancabile la foto ricordo di gruppo

Salendo ancora di quota si entra in una spettacolare faggeta mesofila appenninica, in quest’area dominano i faggi (Fagus sylvatica) altissimi e colonnari, con chiome che si chiudono come una volta gotica sopra la testa degli escursionisti. Il sottobosco — muschi, felci, licheni — rivela umidità elevata ed equilibrio ecologico. La fauna lascia tracce evidenti: impronte di cinghiale e capriolo sul fango dei sentieri. Meno visibili ma altrettanto presenti il gatto selvatico (Felis silvestris) e il lupo (Canis lupus italicus), tornato a popolare l’Amiata. Tra gli anfibi spicca il tritone crestato italiano (Triturus carnifex), endemico della penisola. 

Il lago delle battaglie

Il secondo giorno il gruppo si sposta al Lago Trasimeno, il più grande lago dell’Italia peninsulare con i suoi 125 km² di superficie e una profondità media di appena 4,70 metri. Un lago di origine tettonica, formatosi in una depressione subsidente dell’Appennino umbro-toscano, alimentato quasi esclusivamente dalla pioggia e dalle falde acquifere.

Il Trasimeno è storicamente ricordato per la battaglia del 21 giugno del 217 a.C., allorché il generale cartaginese Annibale Barca attirò in un’imboscata le legioni del console romano Gaio Flaminio lungo la stretta riva settentrionale del lago, sfruttando la nebbia mattutina per nascondere le truppe sulle colline. In poche ore, circa 15 000 romani morirono combattendo o annegando: una delle più gravi sconfitte della storia romana.

L’oasi, gli uccelli, l’inanellamento

L’Oasi Naturalistica La Valle (1000 ettari di zona umide nella sponda orientale del lago) è una delle stazioni di sosta più importanti d’Italia lungo le rotte migratorie che collegano l’Europa settentrionale all’Africa subsahariana.

Il birdwatching con binocolo, fornito a tutti i partecipanti dalla gentile Maddalena, Responsabile dell’Oasi,  ha permesso di osservare direttamente folaga (Fulica atra), garzetta (Egretta garzetta), airone bianco maggiore (Ardea alba), airone cenerino (Ardea cinerea), germani reali (Anas platyrhynchos) con i piccoli appena nati, e la sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides), in sosta migratoria, nonché i cavalieri di Italia (Himantopus himantopus) nidificanti sporadicamente nelle aree palustri limitrofe al lago.

Molto interessante è stato l’inanellamento scientifico degli uccelli: ogni esemplare viene pesato, misurato, dotato di un anello metallico numerato e poi rilasciato illeso. I dati, raccolti dalla rete internazionale EURING, permettono di ricostruire le rotte migratorie e di stimare la longevità delle specie. Nello specifico sono state inanellate cannaiole (Acrocephalus scirpaceus).

“L’inanellamento ci ha insegnato qualcosa che nessun libro può davvero trasmettere: la scienza si fa con le mani, con pazienza, e con rispetto per gli esseri viventi”.

L’isola senza automobili: Polvese

L'Isola Polvese è la maggiore delle tre isole del Trasimeno con i suoi 70 ettari. Gli studenti vi sono arrivati con il traghetto di linea dal porto di San Feliciano e hanno percorso un anello di circa quattro chilometri attraverso ambienti molto diversi tra loro: il canneto lacustre, il grande oliveto secolare, la lecceta di San Leonardo — con lecci (Quercus ilex) centenari che creano un'ombra fitta e silenziosa — e infine le rovine della fortezza medievale a pianta pentagonale con i suoi cinque torrioni.

La storia dell'isola è stratificata come le sue rocce arenacee. Nella chiesa di San Giuliano, la più antica dell'isola, ho invitato gli studenti a cercare le tracce della presenza romana. Non hanno impiegato molto a trovarle: inglobata nelle murature affiorava una porzione di opus reticulatum, l'inconfondibile tessitura di piccoli blocchi di tufo disposti a reticolo diagonale. Una firma di duemila anni fa, nascosta tra le pietre medievali come un segreto che attendeva di essere riconosciuto.

Più avanti, il Monastero di San Secondo — fondato intorno all'anno Mille dai Benedettini e abbandonato nel 1704 — completa il racconto: la vegetazione ha preso possesso di muri e volte, i lecci hanno spaccato i pavimenti, e quello che resta è un equilibrio tra rovina e natura selvatica che un liceo artistico sa leggere meglio di chiunque altro.

Quando il caldo chiude l’oasi… e Annibale apre le porte

L’ultimo turno di studenti ha trovato ad attenderlo una sorpresa meteorologica: 32 gradi all’ombra, fortunatamente avevamo programmato un itinerario alternativo vista la chiusura dell’Oasi.

Il gruppo ha così visitato il Museo della Battaglia del Trasimeno, a Tuoro sul Trasimeno, dedicato interamente allo scontro sopra menzionato del 21 giugno 217 a.C. tra l’esercito cartaginese di Annibale Barca e le legioni romane del console Gaio Flaminio. Il museo, allestito nei luoghi stessi in cui si è combattuto, raccoglie reperti, plastici del territorio, ricostruzioni delle formazioni di combattimento e mappe tattiche che restituiscono la dinamica dell’agguato con una chiarezza sorprendente. Basta alzare gli occhi oltre le vetrine per vedere le stesse colline dietro cui si nascosero i guerrieri numidi, e il lago dove annegarono migliaia di legionari in fuga.

“Tenere in mano uno scudo romano, sentirne il peso, capire che proteggeva una persona reale in un giorno di terrore: è stato il momento più emozionante del viaggio”.

Abbiamo incontrato infatti alcuni affiliati del Gruppo Taurus, associazione di rievocazione storica specializzata nell’esercito romano repubblicano che ha messo in scena una dimostrazione dal vivo delle tecniche di combattimento legionario. Scudi, elmi, lorica e gladio non erano riproduzioni da vetrina, ma copie funzionali costruite secondo le fonti antiche, indossabili e, soprattutto, indossate.

I rievocatori hanno spiegato la logica tattica della “testudo” — la tartaruga di scudi sovrapposti che proteggeva la fanteria dagli archi nemici — e del combattimento corpo a corpo con il “gladius hispanicus”, la corta spada da mischia che rese le legioni imbattibili per secoli. Poi a sorpresa sono stati invitati gli studenti a provare l’equipaggiamento.

L’elmetto pesava più del previsto. Lo scudo — lo “scutum” ovale del legionario — era alto quanto il busto e richiedeva un braccio allenato per tenerlo sollevato anche solo per un minuto. La lorica a maglie di ferro, indossata sopra una tunica di lana, trasformava quei 32 gradi in qualcosa di molto più difficile da sopportare. Nessun libro di storia riesce a spiegare la fatica di un legionario romano come dieci minuti trascorsi dentro la sua armatura sotto il sole del Trasimeno.

Indossare l'armatura di un legionario romano sotto 32 gradi non si dimentica facilmente: lo scudo pesava, l'elmo stringeva, e la lorica di ferro trasformava il caldo in qualcosa di decisamente poco eroico. Nessuna spiegazione in classe riesce a far capire quanto fosse dura la vita di un soldato romano meglio di dieci minuti passati dentro il suo equipaggiamento. Quel mondo lontano duemilasettecento anni, per qualche minuto, è sembrato incredibilmente vicino e vero.

Scritto dal prof. Marco Taverni

docente di scienze naturali 

e guida ambientale escursionista 

Commenti